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Antichi metodi di rianimazione E’ quasi certo che quelle che potrebbero definirsi le prime unità mobili di rianimazione ante litteram furono istituite a Venezia intorno alla seconda metà del 1700. L’alto numero di persone cadute nei canali costituì
sempre per la città un serio problema sanitario, per cui i veneziani, per
forza di cose, erano da secoli esperti nell’arte della rianimazione ed
avevano approntato una apparecchiatura, o meglio uno “strumento per
ravvivare i sommersi” di cui si parla nelle norme didattiche sulla
rianimazione emanate dalla Serenissima nel 1768.
Nel 1778 il Magistrato Eccellentissimo alla Sanità di
Venezia emanava una Terminazione, ovverosia decreto, con la quale
disponeva che l’ “in strumento efficace a sollevare li corpi umani
recuperati dall’acqua senza alcun segno di vita e così pure applicabile
in ogni genere di asfissia, o sia morte apparente” fosse distribuito
capillarmente nei punti nevralgici della città e delle isole della
laguna. Si stabiliva infatti che il Mantice o Follo fosse a disposizione
presso le principali “spezierie”, presso i Capi Traghetto, i Capi
Contrada, i Parroci e i Nonzoli (sagrestani), onde “fosse maggiormente
pronto alle occasioni in soccorso degli umani individui che fossero nelle
condizioni sopraccennate”. Come si può evincere, si trattava di un vero e proprio
atto istitutivo ufficiale di un Servizio territoriale di rianimazione,
articolato in una vasta rete di punti di Pronto soccorso. Dal semplice Mantice si passerà poi, in pochi anni,
(siamo nel 1795) ad una vera e propria cassetta di rianimazione, ovvero di
una “macchina per li sommersi, cioè una scatola di fagher (faggio)
contenente un Follo, una canna grossa, due cannule bianche di avorio….bozzetta
con spirito di melissa….boccarole di avorio….tabacco da fumo. Che il tabacco da fumo fosse contenuto in una cassetta di
pronto soccorso può apparire quanto meno curioso ai nostri occhi, ma se
si considera che era utilizzato per la rianimazione e che il suo uso
poteva essere risolutivo in situazioni altrimenti disperate, ecco spiegata
la sua presenza, anche se la via di introduzione del fumo nel corpo non
era in questo caso quella tradizionale.
Il Magistrato della Sanità ordinò, intorno al 1770, che
questo nuovo strumento, utile non solo per rianimare gli affogati, ma
anche per riportare in vita le persone colpite da morte improvvisa, fosse
installato a bordo delle imbarcazioni in servizio nella laguna e fosse
presente nelle spezierie della città. Non sono pervenute statistiche sulle percentuali di
successi ottenuti con l’ausilio di questa metodica, ma, con il
progredire della medicina, l’utilizzo del clistere di tabacco andò
sempre più diminuendo, fino a scomparire dall’uso clinico intorno alla
metà del XIX° secolo. Non sempre il fumo fa male!
Achille Maria Giachino
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