CRISI ADOLESCENZIALE SECONDO RECENTI RICERCHE

Una recente interessante ricerca eseguita da un gruppo di neuroscienziati della San Diego State University ha reso noto che le turbe degli adolescenti hanno una spiegazione nel temporaneo aumento dell’attività nervosa del cervello, che dà luogo ad una facile scontrosità, un aumento della quota di ansia di stato, a frequenti scatti di collera e ad un’incapacità di comprendere le emozioni degli altri, ivi comprese le situazioni sociali. Questo particolare periodo storico-comportamentale dell’adolescenza coincide con l’inizio della pubertà, cioè dagli undici ai diciotto anni circa.

Secondo quanto sostenuto da tale ricerca, le ansie adolescenziali sono la diretta conseguenza di un cervello iperattivo, assolvendo contestualmente gli eventuali comportamenti ed atteggiamenti “colpevolizzanti” dei genitori e degli educatori.

La ricerca è molto significativa, perché offre una spiegazione scientifica a ciò che la pedagogia e la psicologia hanno da sempre ipotizzato, ed inoltre perché è un ottimo sedativo per l’ansia, causata da eventuali sensi di colpa educativi. Un altro dato sicuramente interessante che si evince dalla ricerca è quello di contribuire a rinforzare negli educatori in generale e nei genitori in particolare, l’arma della longanimità, caratteristica indispensabile durante la fase che contraddistingue la citata crisi degli adolescenti.

Dare nuove informazioni sul perché di taluni comportamenti giovanili significa meglio conoscere ed ancor meglio valutare.

In tutte le prestazioni evidenti, quindi, ma specialmente in taluni delicati campi come quelli che interessano la persona umana in età di sviluppo, compreso il campo agli educatori, avere a disposizione nuovi messaggi psicopedagogici significa migliorare la metodologia dei processi educativi stessi.

La ricerca, dunque, illustra in modo esaustivo ciò che avviene in quell’intervallo di tempo compreso fra gli 11 e i 18 anni: scontrosità, ansietà, crisi di collera, difficoltà nella gestione delle situazioni emozionali, tutti comportamenti fino ad ora correlati ad interazioni familiari e sociali negative, più che ad un aumento dell’attività del sistema nervoso centrale, così come indica la nuova ricerca. Bene ! Però aggiungo, se prima degli 11 anni il bambino è vissuto in un ambiente familiare positivo, quindi adeguatamente “vaccinato”, la futura crisi adolescenziale sarà sicuramente affrontata con minore preoccupazione e con minore dispendio di “psicobioenergie”. La famiglia, quindi, rimane comunque un punto fermo ed essenziale per la vita affettiva, cognitiva, emotiva e comportamentale per lo sviluppo del bambino. La famiglia, sia quella nucleare sia quella allargata, costituisce una sicurezza ed è alla base di una sana crescita, per la salute psico-fisica e lo sviluppo socio-economico del bambino stesso.

A proposito dell’importanza della famiglia, mi pare importante citare un’indagine eseguita dall’EPPA (European Psychoanalytic and Psychodynamic Association) su di un campione di 1200 bambini europei dai 6 ai 12 anni e sui loro genitori. Ai bambini veniva chiesto la quantità di tempo che i genitori trascorrevano con loro in attività ludiche. I padri italiani si collocavano all’ultimo posto; infatti i padri spagnoli dedicavano ai loro figli 35 minuti al giorno; i padri norvegesi 30 minuti; gli svedesi 28 minuti; gli olandesi 25 minuti; i padri italiani solo 15 minuti. I genitori, a loro volta interrogati, hanno fornito percentuali decisamente superiori.

Prescindendo dalle percentuali in più o in meno, ciò che deve farci riflettere è la sensazione che i nostri bambini hanno di un padre assente, distratto e svogliato o comunque poco disponibile ad un rapporto ludico e piacevole con il proprio figlio. Un padre che dedica poco tempo al figlio in generale e nel gioco in particolare, non soltanto perde l’occasione di rinforzare il rapporto con il figlio, ma perde per se stesso l’occasione di entrare in rapporto con il bambino che risiede in ognuno di noi. Infatti, giocando con il bambino, l’adulto si cala in modo sincretico e partecipazionistico nel momdo della sua infanzia ormai dimenticato, conservando tutta la forza e la ricchezza della sua maturità. Il bimbo che non gioca non è un bambino –dice Pablo Neruda- ma un adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che è dentro di sé.

Se è vero, come è vero che tutta la vita futura del bambino ha la sua genesi nelle figure genitoriali, cioè nel “come”esse si propongono e nel modello che rappresentano, nonché nella capacità di dare affetto e nelle modalità comportamentali, allora si può provare a concludere che un ambiente microsociale positivo e propositivo è un sicuro caposaldo di difesa e sicurezza per il bambino. Un modello genitoriale che sa dare affetto è un sicuro sostegno anche durante la fase critica della pubertà.

E’ gratificante concludere queste brevi note con una significativa frase di Friedrich Schiller, poeta, drammaturgo e filosofo tedesco, nonché medico militare (1759-1805): “L’uomo è veramente tale soltanto quando gioca”. Il gioco, quindi, deve essere considerato l’attività più seria dell’infanzia.

                                             magg. med. dott. Carmine Goglia, psicoterapeuta

 

 

 

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